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Letteratura espressa - Il posto delle cose

Partiamo con un racconto da caffè amaro, potranno appurarlo in particolare i nemici delle visite a sorpresa. Soprattutto se le ricevono da una poetessa d'eccezione.

 

Il posto delle cose  

Finalmente ho finito. 
Guardo con soddisfazione la cucina, strizzando lo straccio nel secchio. 
Tutto sembra a posto. 
Eppure, se insisto in un’indagine più approfondita scopro piccole isole anarchiche di oggetti che si sono riuniti per farmi una guerra silenziosa. Una molla che serviva per l’apertura del secchio dell’immondizia, una ministilo gialla, un dosatore di crocchette per gatti, un paio di bottoni e una matita ikea hanno formato una comune in un angolo. 
Li guardo cercando di capire cosa farne. 
Tutta una serie di considerazioni mi trattengono dal disperdere quella strana famiglia. Partiamo dalla molla. Potrei buttarla e arrivederci ma Giulio proprio ieri mi ha detto che vuole provare ad aggiustare il secchio e quindi se adesso ficco la molla nel cassetto delle cianfrusaglie non la trovo più. Sposto gli oggetti con le dita. La pila. 
È carica? 
Non lo so e se non lo fosse non posso buttarla nella spazzatura. Devo portarla alla differenziata. 
Vabbè, per ora la lascio qui. 
La cosa più ingombrante è questo dosatore di crocchette, che poi il gatto non ce l’abbiamo più. Sto per buttarlo poi penso che la mia amica Francesca ha un gatto. Potrei darlo a lei, magari le serve. Sospiro e sposto lo sguardo sui bottoni. Devo capire se appartengono ad un vestito che uso ancora. Potrei infilarli nella scatola del cucito! La quieta comunità viene privata di due componenti che finiscono in una vecchia scatola di latta che ho eletto contenitore degli oggetti per cucire. 
La matita finisce nel cassetto delle matite e delle penne. 
Sono quasi soddisfatta. 
Esco dalla cucina evitando accuratamente di guardare un barattolo abbandonato vicino ai fornelli che nel tempo si è riempito di elastici, scatole di fiammiferi, fili, mollette, piccole cose rotte da incollare prima o poi ed altri oggetti orfani. 
Adesso dovrei affrontare la pila di carta che si è accumulata sul tavolo del soggiorno. 
Riviste, quotidiani, volantini, lettere e bollette convivono in promiscuità da troppo.
No. Non ne ho voglia.
Vado a stendermi un attimo sul letto. Mi faccio spazio fra cumuli di vestiti e mi addormento nel pigro silenzio del pomeriggio domenicale.
                                   
Il suono del campanello mi risveglia. Sono stordita. Mi alzo e vado al citofono.
“Chi è?”
“Sono tua madre”
La mamma.

Mi sistemo e aspetto sulla soglia cercando di imbastire un sorriso, ma il risultato mi sembra a stento passabile.
“Tesoro, come stai cara. Scusa se non ti ho chiamato prima di passare ma mi trovavo da queste parti e ho pensato di salire da te. Ti dispiace?” Mia madre mi bacia e mi abbraccia con efficienza.
“Cosa stavi facendo? Ti ho disturbato?”
“No, mamma, stavo dormicchiando.”
“Ma come, dormivi? Con questa bella giornata.”
Mia madre si è già impadronita del corridoio. Il suo sguardo sta registrando tutto. Vedo delle ragnatele sul soffitto che non avevo visto mentre facevo le pulizie.
La mamma entra in soggiorno e si siede con cautela sulla poltrona verde. 
“Allora? Cosa mi racconti?” 
Non aspetta la mia risposta ma si alza e va a spalancare la finestra. 
“Scusa, cara, apro un po’ perché c’è odore di chiuso. Fai prendere aria alla casa ogni tanto?”
“Sì, ma…” 
vorrei rispondere ma ci ripenso. “Ti va un caffè, mamma?”
“Volentieri.”  
Vado in cucina mentre mia madre racconta dell’ultima provocazione subita da un’amica che ad una cena informale ha indossato con nonchalance un vestito di nonsochi. Prendo due tazzine con piattino, le migliori che ho, e le porto in soggiorno. Senza smettere di parlare, mamma controlla la pulizia delle stoviglie, grattando con le unghie perfette un residuo di sporcizia da uno dei piattini.
Il caffè è pronto. 
Mi chiedo perché mai ho portato le tazzine vuote in soggiorno; me le riprendo e le porto nuovamente in cucina.
Le riempio un po’ troppo.
Getto l’eccedenza di caffè nel lavandino.
Pulisco i bordi delle tazzine e quando l’insieme mi sembra accettabile torno in soggiorno.

Mia madre mi segue con lo sguardo e tace. Appena mi siedo sorride con studiata leggerezza.
“Giulio dov’è?”
“Di turno all’ospedale, mamma”
Mia madre beve il caffè amaro.
“Che marca di caffè usi?”
“Quella che usi tu!”
Mento. In realtà compro il caffè del discount.
“Sarà la caffettiera, allora.”
“La caffettiera cosa?” dico con un tono leggermente alterato.
Mia madre fa finta di niente; evidentemente oggi non ha voglia di litigare.
“Ne ho una nuova a casa che non uso. Devi farla un po’ andare e poi vedrai come migliora la resa della miscela…”
Lascia quasi tutto il caffè nella tazza.
“Senti mamma, ora devo andare. Ho un appuntamento.”
“D’accordo cara, anche io devo andare.”
Prima di uscire mi guarda con ostentata dolcezza.
“Tesoro, ricordati che hai quasi quarant’anni. Comincia a farti una tinta. Hai tanti capelli bianchi. Sei così disordinata con questi capelli.”
Mia madre esce lasciando nell’aria una traccia inconfondibile del suo passaggio.
Sospiro.
Mi guardo nello specchio dell’ingresso.
Mi guardo per bene.
Spengo la luce e torno in soggiorno.

 

Antonella Sica

Genovese, ha lavorato come regista e organizzatrice di eventi culturali cinematografici. Ha diretto e realizzato cortometraggi di fiction e documentari. Dal 1998 al 2014 è stata codirettrice artistica del Genova Film Festival e ha ideato e organizzato diversi festival cinematografici tra cui X_Science: Cinema tra Scienza e Fantascienza, FIDRA, Ecuador Festival. Nel 2016 ha pubblicato la sua prima silloge poetica Fragile al mondo (Prospero editore, 2016). Nel 2017 la sua silloge La memoria nel corpo vince il Premio Internazionale di Poesia Città di Milano.