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Letteratura espressa - Il fiume in piena

Avete presente quando l’immagine di una persona di cui, per di più, non conoscete altro che l’immagine stessa inizia del tutto autonomamente ad assumere significati che non la riguardano? Quando ben al di fuori delle responsabilità di un povero cristo, la sua identità ai vostri occhi si aggrava delle sembianze di una divinità o di un mostro? Ecco, e quando il fiume è in piena badate agli argini.

 

 

Il fiume in piena – Marco Mastromauro

Il fiume oggi è in piena. Sta piovendo da giorni. L’acqua è un tumulto furioso che trascina ogni sorta di materia, rami, sabbia, sassi, detriti fino all’orlo degli argini che tremano scossi dai colpi rabbiosi del tempo agitato.

Io però sono qui, tra le pareti di casa, al caldo. Che ne so io, non vedo, non m’accorgo, la casa è distante, isolata da scrosci e tempeste. L’appartamento è tutto per me, quarto piano del palazzo, corso Cavour, scala C. Potrei cercare l’armonia nella solitudine, respirare ogni attimo… No, il topo che ti rosicchia il cervello non ti lascia, la vita è così.

Appena sotto, al terzo piano abita lui, il vecchio idiota, il porco, l’ossuto essere dal sorriso sbilenco e atroce. La notte (nella mia veglia, nel mio sonno?) volume altissimo, televisore a palla, grida senza senso. Poi, di giorno, silenzio fino a sera.

Ci incontriamo in ascensore: un po’ più freddo oggi, speriamo migliori un po’ domani, arrivederci. Idiota cafone stronzo nel suo loden verde sempre uguale appena un po’ aperto su una giacca marrone, cravatta più marrone, camicia beige.

Colori che odio, si sa. Come detesto lui, si sa, mentre gli sorrido cordiale, io, giovane di belle speranze.

Il vecchio porco ha il porto d’armi, è stato un cacciatore: camosci, cinghiali, lepri e, infine, più vecchio e stanco (sempre grande porco), fagiani nella riserva di caccia in Brianza (sì, non può essere stato che lì, dove possono stare in riserva i vecchi porci pieni di soldi).

No, stanotte no. Non ne posso più. Stanotte scendo, gli sfondo la porta e gli spacco il muso, la bocca semi aperta da deficiente, gli strappo i pochi capelli in testa e faccio uno scalpo da appendere all’ingresso del condominio con un cartello: “Peli di vecchio cane rabbioso malvagio” (sarebbe più preciso “vecchio porco malvagio” ma giusto per variare ad uso di passanti ignari e curiosi). Non potrà più nuocere a nessuno, il vecchio.

Già, perché le ho sentite, le sue signorine (di certo âgées, per non dire di peggio), una sera dopo l’altra, sghignazzare alle sue battute volgari, forse costrette, strafatte d’alcol e altro. Ho sentito urlare, sbattere le porte, frantumare i vetri. Ne ho anche trovata una, al mattino, seduta sulle scale, in singhiozzi. Gli occhi pesti, arrossati, i vestiti strappati e macchiati. Lo sguardo perso nel vuoto di felicità appena intraviste, nel nulla mascherato dai simulacri di sé… Lei era lì o forse no, dentro un fluire caotico di ricordi, dentro un minaccioso vortice circolare.   

Per questo ora basta. Giustizia deve essere fatta. Non ha diritto di vivere. Il verdetto è irrevocabile, va reso esecutivo. Sto andando oltre, mi sto caricando, non dovevo solo rompergli le ossa?

Insomma c’è da risolvere la faccenda una volte per tutte.

Arriva tra capo e collo, poi, il groviglio di sempre, l’esitazione, lo specchio che non rispetta i lineamenti duri, determinati, del volto. Lo specchio che deforma la volontà in macchie oscure, la sottrae al mondo reale. E il mondo, anche, che viaggia su binari confusi da nebbie d’inconcludenza, non corrisponde a sequenze di causa ed effetto ma rotola su una sottile linea senza inizio né fine attraversando la mediocrità del quarto piano e quella del terzo. E non c’è classifica, non c’è vincitore né sconfitto. Una calma piatta, un respiro che non respira ma si trattiene o sibila nel buio. Eco di frastuoni soffocato, ora dopo ora strisciante (non si sa dove né perché), bolla in dissolvenza.

Il mattino dopo, eccolo di nuovo qui, il vecchio porco, in attesa dell’ascensore (non come me che mi tengo in forma, almeno una volta al giorno, correndo in salita sui gradini a due a due). Sembra meno porco e più vecchio. Molto più vecchio, più malandato. Tace. Saluta appena.

Nella cenere della sua voce non crepita neppure una minuscola brace. Spento. Ieri notte neppure un grido in sordina, un suono.

 

Per ora rimanderò l’esecuzione. Lo tengo d’occhio, però, non me la bevo. Bastardo.

 

Marco Mastromauro, vive a Novara, lavora a Vercelli. Da anni si dedica alla poesia che considera talmente utile, per ciascuno di noi, da meritarsi il pregio di essere “cosa inutile”. Con Prospero ha dato alle stampe la raccolta Fraintendimenti nel 2017. Ha pubblicato poesie sulla rivista «Alla Bottega» e, dal 1995 al 1999, ha collaborato al trimestrale di cultura e arte «Contro Corrente». È autore delle raccolte: Anime confinate (Milano Libri, 1992), Cuba (Ibiskos, 1995), Memorie da un pianeta (Contro Corrente, 1997), Eros, Trinidad e altre poesie (Oppure, 2000). Altri suoi versi sono presenti nelle antologie Siamo tutti un po' matti (Fara, 2014) e Rapida.mente (Fara, 2015).